Flatland – Spettacolo scenografico a più dimensioni

Flatland - Spettacolo scenografico a più dimensioni

Questo progetto di tesi, realizzato nel 2004, Foto E. A. Abbottsi pone l'obiettivo di narrare visivamente il racconto matematico omonimo 'Flatland', di Edwin Abbott, proponendo uno spettacolo scenografico per il teatro. Il tema centrale è la dimensione, o meglio le dimensioni, e come esse affettano la vita del singolo e della società, in un senso oltre che fisico, soprattutto estetico e morale.

Flatlandia, breve racconto matematico, fu pubblicato anonimo nel 1882. L’autore in realtà era il reverendo Edwin Abbott, professore universitario nonché intellettuale di ampie vedute. Fra le sue numerose opere, da manuali scolastici a saggi teologici, questo testo spicca per originalità e carica profetica, velate da un linguaggio in linea con la satira e lo humour inglesi di fine ‘800, quindi ironico ma didascalico.

flatland-foto-modellino-3Abbott descrive un mondo piano, ridotto a due sole dimensioni, dove prende vita una società rigidamente controllata e divisa in caste, caratterizzate da una specifica configurazione geometrica. Ad esempio: il gradino più basso è rappresentato dai triangoli isosceli che costituiscono la plebaglia e l’esercito; i triangoli equilateri sono i commercianti; i quadrati, gentiluomini della media borghesia; i pentagoni, avvocati e così via, man mano che si sale con il numero dei lati fino a giungere all’ aristocrazia, raffigurata dai circoli, sacerdoti a capo del sistema.

E’ un mondo chiuso, governato da leggi troppo spesso crudeli e spietate, atte a sopprimere qualsiasi possibilità di cambiamento, di innovazione, di miglioramento; l’individuo viene indotto, dai pochi che detengono il potere, a pensare solo alla sua configurazione esteriore, il che determina la monotonia della vita di Flatland, dove non c’è posto per l’immaginazione, tanto più che il panorama visivo di tutti è qui logicamente limitato ad una linea retta.

Il paragone con la società contemporanea è immediato e agghiacciante, ma lo scopo dell’autore va ben oltre. Il racconto procede infatti con l’esplorazione di altre dimensioni: il quadrato protagonista dapprima sogna il mondo ad una dimensione, Lineland; poi, l’incontro con una sfera gli apre la visione della Terza Dimensione, trascinandolo in un viaggio mistico e trascendentale che si concluderà nell’adimensionale di Pointland. Quando il quadrato tenterà di divulgare il Vangelo delle Tre Dimensioni in Flatland verrà emarginato e imprigionato a vita da una società che non è pronta all’evoluzione e alla consapevolezza spirituale, abituata meccanicamente alla comodità e allo squallore dell’ignoranza.

flatland-foto-modellino-6Al di là del valore profetico di questo racconto dal punto di vista scientifico, in quanto anticipatore del concetto di relatività di Einstein, esso è intriso di grande spiritualità e pungente ironia che, tramite la semplicità e l’assurdità della trama, sono tutt’oggi di una validità disarmante.

Lo spettacolo che ho immaginato per Flatland mira a coinvolgere gradualmente lo spettatore fino ad interrogarlo direttamente sulla sua disposizione spirituale, critica, emozionale e soprattutto immaginativa e creativa. L’intenzione che mi guida è quella di costruirlo in maniera tanto semplice   e logica quanto assurda e sperimentale; deve comunicare, tramite l’immediatezza del mezzo teatrale, unita a proiezioni surreali, una stratificazione multidimensionale simultanea, inizialmente disorientante e straniata fino poi alla totale identificazione nella vicenda del quadrato protagonista e nel messaggio di apertura spirituale, intellettuale e immaginativa che Abbott pone in termini di incalzanti interrogativi, senza una vincolante risposta.

Innanzitutto ho eliminato quasi totalmente la presenza fisica in scena dell’attore, riducendola soprattutto ad una o più voci fuori campo visivo, accompagnate da musica analogica; l’effetto sonoro complessivo deve indurre nello spettatore disagio e movimento interiore.

flatland-foto-modellino-8A ciò si aggiunge la scenografia che costruisce e scandisce materialmente lo spettacolo; le idee fondamentali attorno alle quali ruota sono ispirate alle grandi invenzioni comunicative dell’uomo. La descrizione dello strano mondo di Flatland è dipinta infatti su tre rulli giganti che girano svolgendosi come una pergamena; una grande e monodirezionale macchina tipografica, messa in moto da chissà quale entità astratta, che propone la visione allucinata di un mondo super-razionale dove si muovono immagini di corpi inconsapevoli di esistere e costretti in configurazioni geometriche.

La grande rivelazione delle tre dimensioni avviene invece con un graduale sollevamento dei rulli che svela sotto di essi la mitica Spaceland; nella mia visione essa non è altro che una serie di circuiti e transistor ricavati dall’interno di un televisore e rivisitati come una città fantasma. Il riferimento alla televisione lo pongo sia come traguardo comunicativo, ma soprattutto come ulteriore binario mentale che blocca l’apertura creativa.

Note introduttive alla sceneggiatura

Non è stato semplice mettere mano al testo originale per adattarlo ad una sceneggiatura teatrale. Mi si sono presentati infatti diversi problemi di ordine logico, concettuale e linguistico. Innanzitutto ho deciso di mantenere la struttura generale del testo diviso in due parti: la prima descrittiva, che ho reso tramite un’unica voce narrante fuori campo; la seconda, mista di dialoghi e di narrazione, che ho trasformato interamente in dialogo diretto, se si eccettua l’epilogo finale, per facilitare l’aderenza ai movimenti di scena e snellire tutto il testo. Successivamente ho analizzato i singoli paragrafi, valutandone la maggiore o minore importanza ai fini del racconto e procedendo conseguentemente con i tagli necessari. Questa è stata la parte più complessa poiché ha richiesto grande coerenza e capacità di sintesi. Nel fare ciò, ho scelto di non intaccare quasi le frasi, che invece ho composto insieme come in un collage, senza perdere così la forza dei concetti e le parole dell’autore con l’eccezione dei termini arcaici e di alcuni periodi troppo didascalici e ripetitivi, dovuti in parte alla traduzione italiana, in parte alla dialettica inglese.

In conclusione è stato un intervento riassuntivo deciso, ponderato, con tagli notevoli ma non tali da stravolgere le intenzioni generali dell’autore.

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